• Chiedere
  • arcadia@italink.net

Archivio degli autori

Misteri d’Egitto, Egitto dei misteri

Studiando l’Antico Egitto mi sono reso conto dell’importanza di riconoscere l’esperienza comune o correlata delle culture del Vicino Oriente antico nel suo complesso sulla civiltà della Valle del Nilo. Negli ultimi tempi mi sto interessando anche alle prove dell’influenza delle prime culture asiatiche occidentali, di Sumer ed Elam (rispettivamente sud della Mesopotamia e dell’Iran sud occidentale), sulla nascente cultura egiziana. Negli ultimi anni sono comparsi parecchi libri e studi sulle origini dello stato egizio e, con l’arrivo dell’archeologia araba come disciplina quasi “autonoma”, l’attenzione si è spesso incentrata sulle interconnessioni tra Mesopotamia, Elam e Egitto predinastico. Bisogna altresì riconoscere che esiste un qualche motivo (più o meno bizzarro) per cui lo studio sull’antico Egitto attrae spesso persone molto strane, tutte con opinioni assolutamente irriducibili e altrettanto sconcertanti. Non è chiarissimo il motivo per cui l’egittologia (e QUASI SOLO l’egittologia) attrae una moltitudine di  pensatori eccentrici; però è sempre stato così, almeno dal diciassettesimo secolo, quando la Grande Piramide cominciò a comparire nei resoconti dei viaggiatori europei, molti dei quali iniziarono a tessere ipotesi più o meno fantasiose sulla sua costruzione e sul suo scopo. Sotto un certo profilo, quasi quasi comprendo la fatica degli Egittologi professionisti nel sentirsi ripetere con enfasi (e spesso non molto educatamente, lo devo ammettere) che hanno sbagliato tutto, e che dovrebbero, nonostante la loro formazione professionale, abiurare ogni conoscenza nota e buttare via tutto, venendo per giunta condannati per non averlo fatto. La maggior parte dei membri più autorevoli della Comunità egittologica sembra generalmente in grado di superare il profluvio di argomentazioni che potrebbero inghiottire quelli di minor calibro, e forse non è un caso che solo alcuni degli avannotti più piccoli, forse meno fiduciosi del loro status e della loro reputazione, hanno la tendenza a rispondere (esattamente come faceva il clero minore nel tardo Medioevo di fronte a opinioni eretiche) con il più classico dell’ «Anatema, anatema!». Su basi come queste diventa impossibile qualunque tipo di progresso della conoscenza, e anche la benché minima collaborazione.

Fabio Marino

Il megalitismo degli Egizi e il remoto passato

La Sfinge e, sullo sfondo, la Seconda Piramide

Gizah: una delle località mondiali su cui sono stati versati non già fiumi, ma addirittura oceani di inchiostro. E a giusta ragione, perché, volendo eliminare ogni altro elemento, Sfinge inclusa, la sola presenza delle Tre Grandi Piramidi spiega il motivo di questo enorme interesse. Com’è noto, ormai da quasi due secoli si fronteggiano idee e teorie di ogni genere riguardo l’origine, la datazione, la funzione di questi monumenti straordinari, sui quali il mistero aleggia quasi per definizione, come la caligine di smog che avvolge l’intero altopiano, proveniente dalla megalopoli cairota. Non ultimo degli enigmi degli immutabili edifici, si erge, impenetrabile anch’esso, quello della modalità di costruzione, per cui si è fatto ricorso a teorie di ogni genere e grado. Alla fin fine, l’unico tentativo di “dimostrare” in via empirica e scientifica come costruire una piramide è stato, ad oggi, il Progetto NOVA di Mark Lehner (1997). Un progetto criticato anche da molti Egittologi ortodossi, che hanno sottolineato i limiti metodologici della “costruzione” di una piccola piramide, alta circa 6 metri, avvenuta col trucco, nel senso che non vennero utilizzati strumenti accessibili agli Egizi, ma moderna strumentazione in acciaio e macchine utensili ben poco congrue con il presunto grado tecnologico della Valle del Nilo del 2.500 a.C. Un modo esemplare, insomma, di come NON si fa la Scienza, unito ad un modo esemplare di disinformazione mirata alla conservazione del paradigma scientifico attualmente in auge. Ma è davvero possibile che esista un’alternativa seria e plausibile all’idea ufficiale delle Grandi Piramidi “nate” a metà del III millennio a.C.? O, meglio, è possibile individuare, almeno a livello intuitivo, una datazione diversa per i tre colossi? A mio giudizio, sì. E, si badi, quando parlo di “intuizione” prescindo, ovviamente, da reperti ben visibili, ma solitamente contestati dall’Egittologia di Hawass e seguaci, perché (sic!) “non assimilabili al contesto” (mi si perdoni il gioco di parole…). Perché reperti di tal guisa esistono, e in abbondanza: in primo luogo, ad esempio, l’ormai famoso uovo di Aswan, datato al Tardo Neolitico (probabilmente al confine fra il Badariano e il Predinastico di Naqada I: come dire circa 6.000 anni fa) e che sembra ritrarre proprio l’altopiano di Gizah completo di tre piramidi circa 1.500 anni prima della presunta costruzione della necropoli egizia, e a seguire la serie di stele ed epigrafi che accennano chiaramente alla preesistenza della Grande Piramide, delle sue consorelle e della Grande Sfinge al regno di Khufu (Cheope). Paradossalmente, il richiamo a questi “fonografi del passato” non fa altro che innescare polemiche e reciproci irrigidimenti fra “conservatori/ortodossi“, seguaci del modello standard (o, meglio, standardizzato…) dell’evoluzione sociale e tecnologica dell’Umanità, e “innovatori/eterodossi“, al contrario adepti di un nuovo modo di interpretare la storia evolutiva della nostra specie e del nostro pianeta. Solitamente, e chissà perché, si ritiene che, chiunque abbia costruito la Piramide di Cheope e in qualunque momento della storia lo abbia fatto, essa sia la più antica del terzetto principale di Gizah. In effetti, considerando solo le grandi piramidi di Gizah, Meidum, Saqqara e Dashur, la Grande Piramide sarebbe la quinta, come antichità, essendo la prima quella di Zoser a Saqqara. Eppure, questo concetto, al quale siamo tutti così assuefatti da darlo assolutamente per scontato, di fatto non è suffragato da alcun elemento realmente valido ed inoppugnabile. Perché, ovviamente, se, secondo l’Egittologia classica la Stele dell’Inventario dice (anche) molte sciocchezze a proposito della piana di Gizah e per questo motivo non può essere valida nella ricostruzione delle vicende egizie dell’Antico Regno, non si capisce perché mai si dovrebbe invece dar credito a quattro faraoni, arcinoti per le loro fedifraghe millanterie, quando affermano di essere i costruttori di questa o quella meraviglia MAI più REPLICATA. Per inciso, tra l’altro, come si sa Cheope non sparò nemmeno questa fanfaronata. Quindi, vogliamo mettere da parte le guerre di religione sulle affermazioni che emergono (o meglio non emergono) dai reperti, e vedere se un ragionamento “per analogia” ci porta da qualche parte? Ovviamente, bisogna avere un’idea di partenza; la mia è che la prima piramide ad essere costruita, in un periodo anteriore (forse anche BEN anteriore…) a quello comunemente accettato sia stata la cosiddetta Piramide di Khafra (Chefren). Innanzi tutto, per un motivo assolutamente banale: è quella centrale, ed è posta su uno zoccolo di roccia, alto una dozzina di metri, che la rende, sempre e comunque, apparentemente più alta di quella di Cheope. Le sue dimensioni, in ogni caso, erano e sono ragguardevoli (136 metri attuali di altezza, per via della mancanza del pyramidion, che la porterebbe a svettare a 143 metri; 225 metri di lunghezza per il lato di base; precisione di angoli e di misure assolutamente sovrapponibili a quella della più studiata consorella). Già da queste brevi osservazioni, non balena l’idea, la possibilità che -chiunque abbia costruito la Grande Piramide- ne abbia “tarato” le dimensioni per eguagliare alla vista la “nuova” piramide a quella “vecchia”? In effetti, quasi da ogni prospettiva si ha l’impressione che la Seconda Piramide (continuerò ad utilizzare la denominazione corrente per comodità) sia più grande della Prima come si vede dalla fig.1. 

Fabio Marino

Fenomeni clipeologici nel libro di Isaia?

Nell’ambito della complessa casistica ufologica, è tornata di moda, dopo un considerevole periodo di oblio, l’identificazione (più o meno presunta) di fenomeni anomali nell’antichità. Si parla quindi con sempre maggiore frequenza di avvistamenti nei tempi remoti; di teoria del paleocontatto; di teoria degli antichi astronauti. Tuttavia, è emersa, a mio giudizio, un’evidente scarsa qualità nella classificazione generale dei fenomeni a possibile valenza ufologica; classificazione a cui veniva annessa invece (e giustamente) notevole importanza da parte dei Ricercatori degli anni ’60 del secolo scorso. Correttamente infatti andrebbe ancor oggi operata una chiara distinzione fra ufologia e clipeologia.

La distinzione principale fra le due categorie, fondata essenzialmente su criteri cronologici (su cui si può magari discutere, ma che rappresentano un elemento importante, in quanto espressione della cultura e del sistema di credenze delle varie epoche storiche) sembra essere una strada efficace nell’analisi di accadimenti straordinari vissuti dall’uomo.

Fabio Marino

Faces, Trabes, Globi, Cometae nell’antichità

Nella letteratura e nelle cro­nache di tutti i tempi i segni del cielo ed i prodigi sono stati spesso considerati con timore reverenziale, come avvertimenti divini agli uomini peccatori affinché si ravvedano, evitando così castighi ancora più grandi. Comete, meteoriti, corpi celesti mai visti, fiaccole nel cielo, piogge prodigiose e altri tipi di eventi anomali sono altret­tante ragioni per prevedere pestilen­ze, guerre, carestie e disastri naturali a conferma di questi messaggi “miracolosi”, che comunque avvengono di solito nell’ambito dell’osservazione empirica.

Molti hanno cercato di ridurre la corposa casisti­ca (sparpagliata negli scritti di parecchi autori clas­sici) in una classificazione ordinata per tentare di spiegare questi fenomeni alla luce delle conoscenze moderne e per stabilirne almeno approssimativamente una frequenza statistica, nel tentativo di formulare ipotesi con una base scientifica accettabile. A rendere in ogni caso difficile il rapporto di questi eventi con la Scienza contribuisce non poco la coloritura “teologica” con cui la credenza popolare rivestiva e riveste queste manifestazioni. Gli antichi non la pensavano così, tanto che autori come Giulio Ossequente, Corrado Licostene (sul quale esiste un bel libro di Marta Luchino Chionetti)

Corrado Licostene

e Marco Frytsche

Fabio Marino

La Croce nel cielo di Migné

Il piccolo comune di Migné è situato a cinque chilometri circa da Poitiers nella Vienne, vicino al fiume Auxence —il cui nome si aggiunge oggi alla cittadina dopo che fu sola prerogativa del prossimo castello dalla torre quadrata del XV secolo— oggi conta meno di 300 abitanti. Nel XIX secolo era molto più popoloso, e fu testimone in quegli anni ’20 di un avvenimento molto particolare la cui fama si propagò ben oltre i confini della piccola regione attraverso la stampa e specialmente dell’antica rivista, di tipo prevalente mente religioso, «Ami de la Religion et du Roi» (il periodico è posseduto, nella collezione completa, sia dalla Pontificia Università Gregoriana di Roma, che  dalla Biblioteca Nazionale Centrale). È la prima pubblicazione relativa a due rapporti, di cui il primo diede origine ad una inchiesta del Vescovo di Poitiers, il quale incaricò una  commissione appositamente nominata di chiarire i fatti. Questo secondo rap­porto è pubblicato quasi per intero con il titolo «Relazione dell’apparizione di una croce a Migné», estratta dal giornale ecclesiastico nr. 1309 intitolato «L’Ami de la Religion et du Roi. Versione italiana» (Firenze, tip. G. Formigli, 1827). Del testo, convalidato da 50 firme di testimoni giudicati attendibili, e sulle risultanze di ricerche molto ampie

Fabio Marino