• Chiedere
  • arcadia@italink.net

Archivio degli autori

Svastica esoterica indù

Abbiamo ricevuto da un Lettore, che ci ha chiesto di essere indicato solo con lo pseudonimo di “Revelation“, un interessante contributo al settore esoterico. Il tema, affrontato esclusivamente sotto tale profilo (e quindi probabilmente un po’ limitativo), ci è sembrato comunque di rilievo, e lo pubblichiamo volentieri.

Prima di affrontare l’argomento di questa breve monografìa occorre fare una precisazione di carattere grammaticale: svastica, nella lingua originale indotibeta­na è termine maschile e quindi, a rigore, dovremmo dire « lo svasti­ca », ma è ormai consuetudine consolidata nelle lingue europee premettere, forse per eufonia, l’articolo femminile.

La Svastica è un antichissimo sim­bolo, presente in quasi tutte le culture tradizionali,

Fig. 1 – La svastica in una raffigurazione degli Indiani Navahos

rappresentante la Vita cosmica intesa come espressione dina­mica dei molteplici e complessi signi­ficati connessi con il segno, pur esso antichissimo, della croce. Prima quin­di di esporre brevemente alcune consi­derazioni sulla Svastica, sarà oppor­tuno fare una sommaria panoramica sui principali significati della croce nel simbolismo delle tradizioni eso­teriche.

Le speculazioni religiose, filosofiche e metafìsiche, note cumulativamente con il nome di studi tradizionali, nel vasto ambiente culturale della civiltà indo-aria, si sono da sempre servite di alcuni semplici simboli geometrici per esprimere sinteticamente certe co­noscenze super-razionali. La croce, appunto, ne è uno dei principali. Essa è formata da un tratto orizzontale in­tersecato in un punto qualsiasi da un tratto verticale: ambedue questi segni devono intendersi come infiniti o me­glio indefiniti in entrambe le direzioni dei rispettivi estremi.

Il segno orizzontale sta ad indicare la posizione giacente, passiva, femmi­nile della Manifestazione Creatrice, quindi grembo potenziale di tutte le Forme; il segno verticale, la potenza fecondante, attiva, il Verbo di Luce che separa le Tenebre manifestandole in quanto primitiva opposizione degli opposti. La figura risultante conside­rata nel suo insieme, la croce, è il simbolo dell’equilibrio e dell’intera­ zione delle forze cosmiche antagoniste dalle quali dipende la Manifestazione dell’Assoluto. Equilibrio in un punto centrale, adimensionale, dei quattro elementi tradizionali Fuoco-Aria-Acqua-Terra.

In questi termini, il simbolismo connesso alla croce ha un significato statico, nel senso della carenza in esso dell’origine di tutte le forze, cioè il movimento. Quindi la croce deve es­sere assunta come simbolo astratto dell’equilibrio cosmico al difuori della manifestazione nelle dimensioni spa­zio-temporali. In questo senso, inoltre, può anche essere riferita al significato dell’Adamo Celeste, principio trascen­dente della creazione intelligente. Non a caso il Cristo, nuovo Adamo, viene rappresentato come «Crocifisso». Suc­cessivamente, in una consecutio pura­mente intellettuale e non dimensionale ovviamente, viene manifestata la Vita che nella metafisica indo-aria viene intesa quale corrente continua, travol­gente, fatta di brama e di voluttà esistenziale che coinvolge tutto l’Universo delle Forme. Voluttà della Forma in­dividualizzata, dell’analisi esasperata che indefìnitivamente afferma sé stessa di contro alla Suprema Sintesi. In termini giudaico-cristiani: la caduta degli angeli ribelli.

Fig. 2 – Vaso rinvenuto ad Argo (Grecia), X sec. a.C.

Questi significati vengono simbolizzati nell’ambiente culturale che ci in­teressa, nell’antichissimo segno della croce ansata, cioè la croce con l’indi­cazione del verso di un movimento rotatorio, quindi in questo senso la Svastica è il simbolo della Vita Uni­versale nel suo aspetto ciclico, sempre ricorrente. Simbolo analogo, sotto cer­ti aspetti, al Serpente della Genesi.

La Svastica può essere destrorsa () o sinistrorsa (), a seconda del significato iniziatico che le si vuole attribuire in relazione alle due pos­sibilità di approccio al mistero della Creazione e quindi alle possibilità di effettiva esperienza, da parte dell’ Uomo, dell’Universo manifestato al di là dei condizionamenti e determinismi propri al soggetto percipiente.

I due possibili sensi di rotazione sono connessi, nella teologia indù, con i significati attribuiti alle Persone Visnù e Šhiva della Trimurti bramanica. Trimurti che non deve essere posta in relazione diretta, come da molti Autori si tende a fare, con la Trinità Giudaico-Cristiana, quasi fosse una specie di traduzione simbolica di questa nell’ambiente culturale Indui­sta. Infatti dobbiamo brevemente con­siderare che la Trinità nostra vuole indicare, con perfetta coerenza ai prin­cipi dell’esoterismo tardo-egizio e cabalisti­co, il Principio Assoluto nel suo me­mento dinamico di creazione o meglio di manifestazione. Illuminante a tale proposito è anche l’uso lessicale dei termini per indicare la SS. Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo. Termini che appunto presuppongono un’attività promanante da una preesistente, asso­luta potenzialità incondizionata, al di fuori e al di là di ogni possibilità conoscitiva.

La Trimurti dell’induismo invece (Brahman, Šhiva e Visnù) è costituita da tre modi diversi di apparire della Divinità Assoluta a seconda del punto di vista e del momento in cui il sog­getto percipiente si ponga il problema della Divinità stessa. In ultima ana­lisi, ad ognuno dei tre aspetti della Trimurti si potrebbe applicare la for­mula trinitaria cristiana. Comunque, in via di prima approssimazione, sì può dire che Brahman sta a significare l’aspetto assoluto e trascendente, al di fuori di qualsiasi manifestazione cosmica su tutti i molteplici piani dell’Essere; Visnù l’aspetto del medesimo principio considerato nel momento creativo e conservativo di tutto l’Universo (sempre intendendo per Uni­verso o Cosmo la totalità dei possibili e molteplici piani in cui l’Essere si manifesta) e Šhiva, infine, l’aspetto più inquietante, ma anche più subli­me, della Forza Assoluta quale distru­zione e annientamento delle Forme ed il loro conseguente riassorbimento nel Brahman.

Alla luce di quanto ho tentato di riassumere brevemente, vediamo ora quale sia il significato della Svastica destrorsa in rapporto all’aspetto Divi­no inteso quale Visnù.

Ogni simbolo, nella tradizione eso­terica universale, ma più in partico­lare in quella indo-aria che ci interessa da vicino, è ideato in funzione dell’ avviamento della coscienza vigile del soggetto verso una più alta e quali- recata comprensione delle cause prime dei fenomeni percepiti e, parallelamente, verso una sempre maggiore presa di coscienza della propria realtà trascendente. Quindi i simboli intesi come pietre miliari lungo la via di avvicinamento e di approccio alla rea­lizzazione della propria personalità reale, del SÉ REALE, come appunto si dice. Per giungere a tanto esistono di­ versi modi, diverse Vie, più o meno adatte allo scopo a seconda della in­tima struttura psico-somatica di colui che per tali Vie si mette.

Nelle culture che ci interessano in questo momento, due sono le vie prin­cipali che si possono seguire per la realizzazione iniziatica del SÉ: quelle chiamate rispettivamente della mano destra e della mano sinistra. La prima sotto il segno di Visnù, la seconda sotto quello di Šhiva, che in questo senso viene concepito come unito con la sua Çaktj Parvati, cioè con la sua polarizzazione femminile significante la potenza del Dio.

Ora è facile capire come il simboli­smo della Svastica con rotazione de­strorsa voglia indicare, appunto in con­nessione con la via della mano destra o di Visnù, l’aspetto della Vita intesa quale possibilità trascendente per l’Essere individuato di congiungersi con la suprema realtà della Manifestazio­ne: il Signore Isvahra della teogonia Indù o lo stato di Bodjsatwa della metafisica buddista.

Si tratta quindi del momento della Realtà nel suo aspetto individuato, della Realtà delle Forme archetipe coesistenti nel Demiurgo preposto a questo ciclo di manifestazione cosmi­ca. In un senso tutto speciale e sempre nell’ambito della tradizione Indo-aria, la Svastica destrorsa simboleggia la Vita nel suo aspetto di inevitabile crisi esistenziale, quella vita cioè che è tale solo perché contrapposta ad una mor­te, ad una fine che, in ultima analisi, fornisce proprio la giustificazione ulti­ma, pone il suo suggello qualificante a tutta l’esistenza preesistente. Questo perché ogni forma individuata, anche lo stesso Signore Isvahra, Forma delle Forme, è legato necessariamente alle modalità della manifestazione ciclica che, appunto perché tale, alla fine di ogni ciclo (il Kalpa) viene riassorbita nell’Incondizionato, nel Punto teore­tico che è al di là di ogni possibilità conoscitiva. Colui che ha seguito que­sta Via di avvicinamento alla Supre­ma Realtà, inevitabilmente, ad un certo punto (sempre concettuale e non spazio-temporale, beninteso!) muore. Muore come coscienza individuata per annegare nel grande oceano dell’Es­sere.

Fig. 3 – Urna cineraria della Civiltà villanoviana, 900 a.C. circa

A questo punto giova precisare che per comprendere questi concetti, la semantica lessicale deve essere uti­lizzata solo come principio di approssimazione ad un significato che però può essere colto solo da una sensibi­lità sottile che sappia prescindere dal­le comuni categorie mentali a cui sia­mo avvezzi.

Vi è poi la Svastica sinistrorsa, che, analogicamente a quanto detto per quella destrorsa, viene considerata il simbolo della Vita secondo la Via Šhivaita o della mano sinistra. È an­che la Via meglio nota con il nome di Tantrica. È quel modo di realizzazione che più si avvicina alle vedute dell’ermetismo greco-egiziano ed occidentale in genere. È la via magica che dovrebbe condurre l’adepto alla suprema realizzazione del SÉ, al rin­negamento di ogni forma individuata, per immergersi, cosciente, nel seno dell’Assoluto Brahman, valicando, con un balzo gigantesco, eroico, tutte le possibilità esistenziali, per ESSERE; per poter lanciare il grido del Dio Vi­vente tra le Fiamme del Rovo Sacro (Eièh Ascèr Eièh): Io Sono Colui che È (Esodo III, 14).

Essendo l’aspetto Šhiva della divi­nità quello collegato alla distruzione della manifestazione e la sua reintegrazione e annullamento nell’Assoluto, la Via della mano sinistra, posta sot­to questo segno, è un metodo d’ap­proccio essenzialmente negativo, inten­dendosi per tale non qualcosa di mo­ralmente riprovevole, ma la negazio­ne di ogni stato che non sia quello incondizionato, assoluto, inconoscibile. È uno sforzo gigantesco, eroico ed Eroi, appunto, nella mitologia classica sono qualificati coloro che perseguono questa disciplina.

Šhiva e la sua Çaktj Parvati, a torto sono stati identificati e qualifi­cati come divinità terrifiche, della morte, della distruzione. Al contrario esse rappresentano l’aspetto suprema­mente vivente della creazione, l’aspet­to del Dio che distrugge l’impietramento del divenire, il massimo fattore del non-essere ipocritamente mascherato con l’effigie della Vita; quella bra­ma, quella sete inestinguibile di ana­lisi esasperata per affermare la propria satanica individualità di fronte alla faccia di Dio. L’adepto della mano sinistra, il tantrico, deve sopprimere ogni sua avida adesione alla corrente delle Acque per restare immobile, cen­trale. Per conquistare quella posizione polare attorno alla quale seguiterà a gravitare, bramosa e ignara l’illusione diabolica della Vita in divenire. La Svastica sinistrorsa deve essere intesa quindi come il simbolo dellaVita nel suo aspetto di principio con­trario al divenire, di principio oppo­sto alla Matrice cosmica di tutte le forme. Non segno di morte ma, con una logica trasposizione di significati su di un’ottava superiore, segno di Vita; segno della Vita, eterna, immo­ bile, immanifestata, adimensionale, Assoluta. È il segno della Via che conduce direttamente, ora, senza at­ tendere più o meno illusorie ed edo­ nistiche reincarnazioni, al Cuore di Brahman.

Ricercando un’analogia di questi concetti appartenenti essenzialmente alla metafisica induista, con qualcosa di più vicino e coerente con la nostra formazione mentale e culturale di occidentali, potremmo dire (con le dovute precauzioni e tenendo sempre ben presenti le profonde diversità di ambiente sociale, culturale e storico in genere) che il sentiero della mano destra si avvicina a quella che è la via del misticismo e della devozione così come la conosciamo nella storia del cristianesimo, mentre quello della mano sinistra è la via delle grandi iniziazioni misteriosofiche occidentali: egizie, caldee, greche, pitagoriche, ebraiche, ermetiche, sufiche, massoni­che ecc.

Revelation

Amon Ra

Gli Angeli, i “Messaggeri di Luce” e l’albero sefirotico

Premessa:
Michele Perrotta è un ottimo Amico. Inseriamo il suo breve (ma notevole, sotto il profilo “esoterico”) lavoro nella sezione “Insolito“, perché il suo modo di pensare, vedere ed elaborare la conoscenza è, appunto, “insolito“. Un momento di riflessione in fine d’anno, un momento di raccoglimento in principio d’anno: un modo per augurare a tutti un 2018 secondo gli auspici di ognuno!


Studiando attentamente l’Angelologia, la materia che si occupa dell’essenza e delle dottrine degli angeli, possiamo comprendere che questi esseri, essendo a tutti gli effetti “conduttori di Luce”, agiscono da “portatori di archetipi”, da “messaggeri” di un qualcosa di superiore collocato al di là dello spazio e del tempo.

Nella Bibbia queste creature magnifiche vengono indicate con il termine “Malakim” (מַלְאָךְ‎‎).

Gli angeli sono entità personali, hanno quindi una propria personalità ed un proprio nome specifico, non sono qualcosa di  astratto o di natura esclusivamente simbolica.

Secondo la teologia e la mistica, infatti, l’angelo è un qualcuno, non un qualcosa!

Le Scritture ci parlano di loro definendoli “ministri dell’Altissimo”, entità di puro spirito create da Dio stesso.

La Tradizione ci conferma, infatti, che gli angeli furono creati dal Signore Dio (YHWH) all’inizio dei tempi, ovvero in quel momento primordiale al di fuori dello spazio e del tempo in cui Dio stesso, uscendo dal suo riposo eterno, diede origine all’atto creativo: “Ex nihilo”- “Dal nulla”.

La Kabbalah, la scienza sacra che si occupa dell’esoterismo e del misticismo giudaico, chiama questa creazione “yesh mi Ain”, ovvero “qualcosa che viene dal nulla”, o meglio che giunge direttamente dall’ “Ein Sof”, dal luogo “Senza fine”, “l’Interminabile”, “l’Infinito”.

Amon Ra